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 Oggetto del messaggio: Re: Nazismo dilagante (OT)
MessaggioInviato: mer feb 07, 2018 2:11 am 
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I nazisti giravano i «porno»

BERLINO Un giallo politico-letterario tiene banco in Germania dopo il rifiuto all'ultimo momento dell'editore Rowohlt di pubblicare un saggio che svela e documenta i retroscena della cinematografia pornografica in epoca nazista, quando Goebbels era ministro della propaganda. L'autore del libro, Thor Kunkel, 40 anni, ha compiuto ricerche durate tre anni su indicazione del famoso regista Alexander Kluge ed è arrivato a scoprire che i nazisti produssero nel 1941 parecchi film pornografici, che intendevano vendere in Svezia e in Medio Oriente per procurarsi in cambio ferro e petrolio.
Di queste pellicole pornografiche, note come «I film di Sachsenwald», dal luogo in cui furono girate, ne esistono negli archivi ancora due e l'autore è anche riuscito a rintracciare la protagonista di uno di essi, una donna di 83 anni attualmente ricoverata in un ospizio per anziani di Amburgo.
L'autore del romanzo, inspiegabilmente messo all'indice prima ancora di uscire, spiega che gli autori dei film «erano nazisti delle gerarchie intermedie, giovani nobili e figli di grossi industriali». Kunkel ha spiegato di aver anche parlato «con molti ex militari dell'Afrika-Korps che avevano visto questi film» e riporta le dichiarazioni dell'anziana protagonista di uno di essi, che venne avvicinata sulla Reeperbahn, l'attuale e famoso quartiere a luci rosse di Amburgo.

Poi scusa vediti il filmato mi pare dannatamente baalkaaniano (Cinquanta sfumature di Nero SS)

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 Oggetto del messaggio: Re: Nazismo dilagante (OT)
MessaggioInviato: mer feb 07, 2018 2:27 pm 
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Ennesima prova del libertinaggio nazy... Si può essere ultra reazionari senza essere bigotti

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 Oggetto del messaggio: Re: Nazismo dilagante (OT)
MessaggioInviato: gio feb 08, 2018 1:23 am 
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Prima loro .Adesso Adolfa Hitlera Merkler

Nell’autunno del 1942 Elisabeth Willhaus, moglie del comandante del campo di concentramento polacco di Janowska, era solita sparare ai detenuti ebrei dal balcone della sua casa. Accanto, aveva la figlia di sei anni.
Ilse, moglie di un altro comandante, Karl Otto Koch, sorvegliante lei stessa, venne ricordata come la «strega di Buchenwald» per l’efferatezza e il sadismo nei confronti dei prigionieri (alcuni sopravvissuti raccontarono di teschi e brandelli di pelle umana conservati nella sua casa).

Lo scandalo di disumanità e di crudeltà del nazismo che negli ultimi anni ho potuto conoscere da vicino, incontrando diversi sopravvissuti ai campi di sterminio, fu opera anche delle donne.


Lo riafferma con nuovi documenti e testimonianze lo storico tedesco Thomas Kühne nel libro Il male dentro. La comunità di Hitler: psicologia del genocidio e orgoglio nazionale (Edizioni dell’Altana, €18, p.288). Un saggio che esce in occasione della Giornata della memoria, a quasi vent’anni dall’edizione italiana di Donne del Terzo Reich, in cui la storica Claudia Koonz già mostrava come, pur nell’ostentata supremazia del modello virile, lo Stato nazista riuscì a rendere le tedesche soggetti partecipi della causa del totalitarismo.

Da parte sua Kühne parte dal presupposto che la maggior parte dei cittadini del Reich – che fossero aguzzini o spettatori, per lui altrettanto complici – «aderì alla costruzione di una nazione e di un’organizzazione che rese possibile l’Olocausto». In questo stesso scenario colloca le donne. Non solo quelle come Ilse Koch che ebbero un ruolo attivo e feroce di carnefici ma anche chi fu parte del sistema macchiandosi di delazione, lavorando da telefonista o stenografa delle SS e della Gestapo e, ancor prima della Soluzione finale, entrando nella fitta rete di organizzazioni del nazismo (BDM-Bund Deutscher Mädchen, RAD-Reicharbeitadienst, NS-Frauenschaft…) che addestrava le ragazze al cameratismo e alla Volksgemeinschaft (la comunità del popolo).
Associazioni e campi di lavoro quelli messi in piedi dai nazisti, che – scrive Kühne mettendo in evidenza un binomio tragico e scioccante – molte giovani avvertirono come occasioni di emancipazione. Dalla famiglia e dagli stessi uomini.
Kühne cita lettere e diari. «Quando lasciai la casa per partecipare all’anno del servizio, avvertii un senso di potenza e libertà» scrive una ex ragazza della RAD. «Ciò che amavo – dice un’altra – era poter fare tutte quelle cose che ci erano sempre vietate: marciare, arrampicarsi sugli alberi, fare altri esercizi “poco femminili” come erano ritenuti un tempo». «Le nostre Jungmädel combattono il freddo e la fame» dichiara il capo del BDM Jutta Rüdiger nel 1939.

«L‘indottrinamento tirando la persona fuori dalla famiglia di origine è tipico dei regimi totalitari – osserva Brunello Mantelli, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino -. E uscire dall’ambiente domestico poteva attrarre le giovani tedesche, schiacciate dall’ambiguità stessa del Reich che le relegava comunque a un ruolo subalterno all’uomo, in un momento in cui, invece, a livello internazionale c’era una certa tendenza al protagonismo femminile».

Ma che cosa successe dopo? Come poterono queste stesse donne arrivare a denunciare senza pietà l’ebreo vicino di casa, a diventare guardie dei campi di concentramento (il 10% furono di sesso femminile, impiegate soprattutto a Ravensbrük e Auschwitz) oppure semplicemente a tacere di fronte alle notizie che arrivavano sui forni crematori e le camere a gas?

Kühne risponde proseguendo con la tesi della complicità indistinta del popolo tedesco. E, per quanto riguarda strettamente le donne, ripropone anche a questo livello di devastante responsabilità e coinvolgimento, il tema dell’emancipazione: «La macchina del terrore nazista diede loro l’opportunità di salire un gradino nella scala sociale, di godere dei servizi pubblici, di assistenza, di uno stipendio maggiore con tutte le indennità assicurative».

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 Oggetto del messaggio: Re: Nazismo dilagante (OT)
MessaggioInviato: gio feb 08, 2018 7:49 am 
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Seriamente,
trovo sempre molto interessanti i post di Dos che ci spiegano dei retroscena meno noti di quello che è stato il nazzismo in Germania.
Quando ho letto l'ultimo post, qui sopra, sull'apporto delle donne in quello che è stato l'olocausto, e in particolare la "scena" della tipa, moglie del comandante del campo, che spara dal balcone di casa sui prigionieri del campo, mi è tornata alla mente la scena del film Schindler list.


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 Oggetto del messaggio: Re: Nazismo dilagante (OT)
MessaggioInviato: gio feb 08, 2018 11:23 am 
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Pochi cazzi le donne sono metà del popolo... Il loro ruolo é sempre molto influente

Quanto ai nazy che dire? Si fa la donna nuova mica solo l'uomo nuovo

Ricordo che l la più letale terrorista degli anni di piombo era una donna radicale di destra... Quella gran figa della Mambro

Join us! Sex and violence For all!

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balkan wolf ha scritto:
Pochi cazzi le donne sono metà del popolo... Il loro ruolo é sempre molto influente

Quanto ai nazy che dire? Si fa la donna nuova mica solo l'uomo nuovo

Ricordo che l la più letale terrorista degli anni di piombo era una donna radicale di destra... Quella gran figa della Mambro

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Noddai la Balzerani era più caruccia
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però scusa questo va su:
viewtopic.php?f=2&t=34334&hilit=rosso+il+nero
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 Oggetto del messaggio: Re: Nazismo dilagante (OT)
MessaggioInviato: ven feb 09, 2018 9:54 am 
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DOS aggiungo solo che Francesca e giusva hanno una figlia teen... Materiale genetico importante!

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balkan wolf ha scritto:
DOS aggiungo solo che Francesca e giusva hanno una figlia teen... Materiale genetico importante!

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OK è un omaggio alla tua citazione celiniana
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finchè si scherza si scherza... ma non la Mambro era una gran fica.

e da alcune interviste mi pare fosse anche meglio di giusva come testa


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Questo fa un po' Tarantino

Redazione– Ci sono stati infiniti modi per opporsi alla barbarie naziste.

Un documentario di Thijs Zeeman, intitolato Two Sisters in the Resistance, racconta la storia di due ragazze olandesi, le sorelle Oversteegen, oltre che la famosa Hannie Schmit, uccisa dalle SS prima della fine della guerra.

Freddie, la maggiore delle due, racconta come le tre donne abbiano dato un contributo importante alla Resistenza olandese, combattendo gli invasori tedeschi con le armi che avevano a disposizione: bellezza e seduzione.

“Ci hanno arruolate nella Resistenza. Ci hanno insegnato a sparare e a marciare nei boschi. Eravamo in sette, Hannie non c'era ancora e io e mia sorella eravamo le uniche femmine. Qualche tempo dopo c'è stata la prima missione: un pezzo grosso nazista è stato ucciso in quello stesso bosco ed è stato sepolto sul posto, ma a me non è stato dato il permesso di assistere; pensavano che non fosse una cosa da far vedere a delle ragazzine. Prima che la guerra arrivasse in Olanda, quando ancora vivevamo su di una chiatta, nascondevamo dei profughi lituani. E durante la guerra in casa nostra c'era una coppia di ebrei; è per questo che io e mia sorella sapevamo così tante cose su quello che stava succedendo. Anche se loro in teoria sarebbero dovuti essere nostri nemici perché erano capitalisti, mentre noi eravamo comunisti”.

Le sorelle Oversteegen seducevano i soldati nazisti e li portavano nei boschi, dove invece del sesso ad aspettarli c’era la morte.
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Baalkaan è scappato?


Erostrato, intreccio tra nazismo e magia

Cesio. Prosegue l’inventario del materiale sequestrato ed emergono nuovi testi su Hitler e la chimica batteriologica


CESIOMAGGIORE. Una passione per Hitler. Nella biblioteca di casa di uno dei tre indagati per il caso Erostrato sono stati trovati diversi testi sul nazismo. Non solo il “Mein Kampf”, libro che nelle ultime settimane è arrivato al ventiquattresimo posto nella classifica dei più venduti su Amazon, ma anche “Hitler e il nazismo magico, le componenti esoteriche del Reich millenario”, un saggio scritto dal politologo Giorgio Galli e pubblicato per la prima volta da Rizzoli nel 2001. Potrebbe essere su questo volume che l’anonimo di Cesiomaggiore ha affinato la propria cultura sul periodo nazista e copiato alcuni dei simboli cari all’occultismo, disegnandoli sui muri del cimitero e dei magazzini comunali, oltre che sulle chiesette di Sant’Agapito e Calliol e nelle lettere.

Ha una passione anche per la chimica: un altro libro sequestrato dai carabinieri della Compagnia di Feltre è il “Manuale pratico di batteriologia”, che si può consultare alla scuola superiore o all’università, di Roberto Rossetti, edito da Libreria universitaria. In questo momento non risulta disponibile, risale al 2005 e può benissimo essere un vecchio acquisto. Il collegamento può essere la polverina bianca trovata nelle lettere, un miscuglio di talco, ossido di zinco e bicarbonato di sodio. L’altra formula chimica riportata nelle lettere è quella del permanganato di potassio, che secondo lui sarebbe stato presente negli inneschi degli incendi rivendicati al capanno di Morzanch (Cesio) e al deposito di Norcen (Pedavena). Tra i libri i militari non hanno trovato il Miles gloriosus di Plauto (da cui è tratta una delle frasi riportata nelle lettere), mentre l’Eneide di Virgilio tra gli studenti è così diffusa da non essere rilevante.

Molto interessanti anche gli oggetti. La decina di computer sarà setacciata da un consulente informatico, mentre basterà molto meno per i quaderni con fogli a quadretti mancanti. Quello che bisogna capire è se sono compatibili o meno con le lettere inviate da Erostrato al sindaco Carlo Zanella, alla scuola e al nostro giornale (due), senza dimenticare quella lasciata cadere insieme al sacchetto di caramelle con gli spilli nel cortile dell’asilo di Cergnai (Santa Giustina). Anche spilli sono stati trovati nella casa dell’indagato, oggetti di uso molto comune. E poi cera di candele. Ceri che possono essere serviti per particolari rituali magici o, molto più semplicemente, per sconfiggere un eventuale black out elettrico?

Quello che non si trova è il pennarello rosso, con il quale sono state scritte le missive. Ad ogni modo la procura della Repubblica ha già commissionato
delle perizie calligrafiche, partendo dall’ipotesi che si tratti di un mancino che scrive con la destra o un destrimano che usa la sinistra. Gli avvocati degli indagati sostengono che si tratti di persone perbene, incensurate e per niente disturbate. Le indagini proseguono.
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Il Ventennio, che bellezza! La grande arte italiana al tempo del fascismo

Abbiamo il forte sospetto che la mostra Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics. Italia 1918-1943, che si apre oggi in Fondazione Prada a Milano, rimescolerà pesantemente le carte nella pratica curatoriale che ha dominato l’ultimo ventennio. E che darà una spallata agli «accostamenti emozionali», agli «apparentamenti creativi», ai «confronti evocativi» di certi allestimenti (ancora?) alla moda.

In questa mostra bellissima e monumentale, che occupa quasi per intero gli spazi della Fondazione, Germano Celant ha infatti voluto dar voce ai soli documenti – fotografici soprattutto, ma anche testuali - e presentare le opere esattamente come furono presentate allora, nelle grandi mostre istituzionali, nelle gallerie private di punta o nelle case di collezionisti di fama – come F.T. Marinetti o il mercante francese Léonce Rosenberg, di cui si rievoca la celebre Sala dei Gladiatori di Giorgio de Chirico -, restituendo così le opere al contesto storico, culturale, politico in cui furono fruite. Perché, scrive, «ricollocare l’artefatto nel sistema d’uso», servendosi di tali strumenti “oggettivi”, significa «attuare una ricostruzione quasi antropologica della produzione artistica e del suo apparire».


Di quegli anni figurano perciò in mostra solo opere di cui esistano fotografie delle occasioni pubbliche o private in cui furono viste: «è il documento che ha comandato l’ordinamento», ci ha spiegato mentre allestiva, tanto che lo spettacolare Dinamismo di un foot-baller (1913) di Umberto Boccioni, giunto dal MoMA di New York, non si trova all’inizio del percorso, bensì nelle sale degli anni ’30. Fu scattata nel 1934, infatti, l’impagabile fotografia di Marinetti - il grande rivoltoso - che, di fronte a quel dipinto appeso nella sala da pranzo della sua casa romana di piazza Adriana, mette in scena una gag da gran borghese (quale era in realtà, per nascita e per censo), impartendo un ordine a una cameriera che pare uscita da un manuale di bon ton, con tanto di crestina e grembiulino di pizzo: un trattatello di sociologia condensato in un’immagine, appunto.

Le opere emergono dunque dallo sfondo d’ingrandimenti sgranati di foto d’epoca. Sono in gran parte capolavori, ma non sono mai decontestualizzate, come si suole fare per congelarle in quel ruolo. Se si esclude l’incipit, con i ritratti di Marinetti dipinti negli anni ’20 da Fortunato Depero e Rougena Zatková, la cui fotografia-guida è del 1931 (ma la scelta qui era dettata dal titolo della mostra, che cita le marinettiane «parole in libertà»), di qui in poi tutte le opere sono esposte in 24 grandi ricostruzioni scandite dalla data delle immagini che le mostrano nei contesti d’epoca: ci s’imbatte così nelle opere di Depero e di Giacomo Balla com’erano disposte nella Biennale veneziana del 1926 (la prima cui parteciparono i Futuristi), e nella celebre Natura morta del 1920 di Morandi, “incastonata” nella fotografia della sua parete in Das Junge Italien, la mostra che si tenne a Berlino nel 1921. Ci sono i marmi di Wildt della Biennale del 1922, poi le sculture di Arturo Martini e i dipinti di Mario Sironi posti nelle gigantografie delle loro sale in Biennale, nel 1932. E così è, più avanti, per Fausto Melotti, le cui archetipiche figure maschili sono mostrate nel geniale allestimento di BBPR per la Triennale di Milano del 1936

I grandi appuntamenti espositivi del tempo sono tutti documentati: ci sono le mostre sarfattiane di “Novecento Italiano”, le Quadriennali di Roma (con Gino Severini in primo piano), i Premi Carnegie (qui è Felice Casorati il primattore), la rassegna epocale Fantastic Art Dada and Surrealism, curata nel 1936 da Alfred H. Barr al MoMA, con i de Chirico metafisici. E le gallerie private più influenti (la Casa d’Arte Bragaglia, il Milione, il Cavallino, la Cometa…), oltre ad affondi su personalità-chiave per la cultura del ’900, alcune organiche, come Luigi Pirandello e Margherita Sarfatti, altre d’opposizione, come Piero Gobetti, Carlo Levi, Alberto Moravia, Lionello Venturi. Proseguendo con l’identico modello, e senza dimenticare gli artisti ribelli all’ufficialità novecentista (dalla Scuola di via Cavour ai “Sei di Torino”, a Corrente) si giunge all’epilogo, nel 1943: qui, nel gran salone al piano terreno del Podium, sfilano i bozzetti per l’ultimo, grande “ruggito” urbanistico del regime, l’E42, pensato per celebrare il ventennale della Rivoluzione fascista con l’Esposizione Universale Roma, Eur. Mentre, di fronte, si alzano le voci degli artisti dissidenti, da Aligi Sassu a Ernesto Treccani, a un Mino Maccari fascista pentito (siamo nel 1943, e il 25 luglio Mussolini è stato sfiduciato dal Gran Consiglio e arrestato) con la serie satirica Dux.


In un simile, documentatissimo affresco di quel periodo tragico, che vide però fiorire una stagione artistica e architettonica (anch’essa ben presente in mostra) di prim’ordine, non poteva mancare la Mostra del Decennale della Rivoluzione Fascista, organizzata nel 1932 in Palazzo delle Esposizioni a Roma. A quella mostra impressionante è dedicato l’enorme spazio del Deposito: qui, su otto altissimi schermi scorrono gli ingrandimenti delle foto delle sale della mostra, ognuna assegnata a un artista o a un architetto. Ci sono Mario Sironi e Achille Funi, Giuseppe Terragni, Marcello Nizzoli, Adalberto Libera e altri ancora: come dire, lo Stato Maggiore delle arti visive del tempo, in uno spettacolo grandioso che riesce ancora a stupire.

“Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics. Italia 1918-1943”, Milano, Fondazione Prada, fino al 25 giugno
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